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In parte spinti dalla crisi, in parte come scelta di vita, il numero di musicisti, giocolieri, mimi e funamboli che si esibisce nelle piazze è in continua crescita. Una tradizione dal passato glorioso che ha formato autentiche star come Dario Fo o Philippe Petit. Eppure, a differenza che nel resto d’Europa, le città italiane sembrano voler fare di tutto per tenere lontani questi spettacoli vissuti quasi sempre come un problema di ordine pubblico 

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Costretti o per scelta, identikit di un fenomeno

“La strada mi regala delle emozioni impagabili. Alla fine di ogni spettacolo mi sento carico dell’energia degli spettatori e loro della mia. È uno scambio a cui non rinuncerei mai, per nulla al mondo”. Daniele Sardella è un artista di strada, faceva l’ingegnere ma ha mollato tutto. Una scelta di vita. A pensarla come lui sono sempre più persone. L’arte di strada, in tutte le sue forme, dai primi anni del 2000 ha visto una crescita esponenziale. In Italia sono almeno 10mila i musicisti, giocolieri, acrobati, clown, danzatori, mimi, madonnari, cantanti e altro che si esibiscono tra strade, piazze cittadine ed eventi organizzati in tutta la Penisola. Solo a Roma e a Milano, tra il 2013 e il 2014, più di 3000 performer si sono iscritti agli speciali registri comunali.
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Daniele si asciuga qualche goccia di sudore dalla fronte, accende una sigaretta. Il fumo disegna rivoli bianchi nel cielo azzurro di una luminosa giornata d’inverno. Alcuni passanti gli lanciano un’occhiata incuriosita mentre si sfila il gilet rosso, indossa un t-shirt e ritorna ad essere uno dei tanti anonimi frequentatori del lungomare. Pontile di Ostia, fino a pochi minuti fa un centinaio di persone erano strette intorno a lui, tra risate e applausi. Alcuni bambini non vogliono allontanarsi, lo tirano per un lembo dei pantaloni e gli chiedono insistentemente quando ricomincerà. “Per oggi ho finito,” dice loro sorridendo.

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Scelte di vita. I suoi spettacoli attraggono grandi e piccoli. Sono una fusione di clownerie, acrobazia e danza. Grazie al suo mestiere ha viaggiato per l’Italia e l’Europa, tra festival, piazze e fiere.  Ma è solo dal 2001 che Daniele lavora esclusivamente come artista di strada. “Subito dopo la laurea in ingegneria a Catania avevo trovato un buon lavoro a Roma. Avevo ottime possibilità di crescita. Tutti si aspettavano che sarei diventato un 40enne con lo stipendio a 4 zeri. E invece eccomi qua, a 40 anni, a girare col camper a fare spettacoli”. La sua è stata una scelta ponderata, venuta dopo un “periodo di prova”. “Il weekend mi lasciavo alle spalle l’ufficio e i computer, prendevo le clave e andavo a piazza Navona a esibirmi. Non ero ancora bravo, ma ho capito che potevo sopravivere con questo mestiere. Quando mi sono licenziato i miei genitori mi hanno preso per pazzo. Ma oggi capiscono quanto questa scelta mi abbia giovato. La loro unica preoccupazione continua ad essere quella della mancanza di una pensione, ma tanto ormai la pensione è sempre più un miraggio”, scherza.

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“Un tempo gli artisti di strada in Italia si contavano su una mano. Nelle grandi città c’erano 4-5 persone fisse, perlopiù musicisti. Ogni tanto arrivava qualcuno da fuori, ma restava un universo di nicchia: ci conoscevamo tutti – ricorda Claudio Montuori, in arte Ami Buz, polistrumentista romano sessantenne con 30 anni di esperienza di strada – In quegli anni i pochi festival erano un’occasione per ritrovarci, oggi nemmeno su Facebook ci conosciamo tutti”

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Così un euro si moltiplica per sette. Alcuni festival di arte di strada come ilMercantia di Certaldo,  il Buskes Festival di Ferrara,  l’Ibla Buskers Festival di Ragusa, Artisti in Piazza di Pennabilli, Il Festival Mirabilia di Fossano hanno una eco che va al di là dei confini nazionali e attraggono milioni di spettatori. Ma in tutta Italia fioriscono eventi di questo genere, se ne contano più di 200 l’anno e in tutti i casi si tratta di occasioni di apertura e di turismo. Si calcola un indotto sul territorio da 3 a 7 euro per ogni euro investito in questo tipo di manifestazioni. “Ma al di là dei numeri l’arte di strada è un patrimonio che qualsiasi istituzione dovrebbe promuovere e valorizzare”, spiega Luigi Russo, presidente ad interim della Fnas, la Federazione nazionale arte di strada italiana. “L’arte di strada va incontro alla gente, ai giovani, alle persone che hanno meno occasione di frequentare i teatri o le sale da concerto, crea conoscenza, interessi e passioni che possono invogliare anche a frequentare i luoghi più tradizionali della cultura. E crea occasioni di lavoro”.
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Dal Fus solo spiccioli. “L’idea stessa di arte di strada è legata all’idea del viaggio, dello scambio e dell’accoglienza. Ma siamo consapevoli che in alcune realtà, come città metropolitane, o quelle interessate da forti flussi turistici, bisogna fornire all’amministrazione strumenti atti a gestire fenomeni che interessano centinaia e centinaia di artisti”.  Dice ancora Luigi Russo della Fnas. Nata nel 1998 per riunire tutte le realtà del settore (artisti, compagnie, organizzatori, promotori), la Fnas ha cercato negli anni di fare da ponte con le pubbliche amministrazioni per far sì che la categoria ottenesse un maggiore riconosciumento sul piano legale e giuridico. Ci è riuscita, in parte, per quello che riguarda il finanziamento dei festival (dei quali, tra l’altro, vari membri del direttivo della Federazione sono organizzatori  –  ad esempio Luigi Russo è direttore artistico dell’enorme Ferrara Buskers Festival, 370mila euro di budget per indotti diretti e indiretti “di qualche milione”). Oggi lo spettacolo di strada, è contemplato dal Fus (Fondo unico per lo spettacolo). Tuttavia quella degli artisti di strada l’unica categoria che non può ottenere sostegno per l’esercizio e la creazione artistica, ma solo per la promozione di quest’ultima. E nonostante un aumento di fondi, raddoppiati rispetto al 2013 (da 83 mila a 125 mila euro), nel 2014 il settore ha ricevuto solo lo 0,031% dei 406 milioni elargiti, pur trattandosi, in termini di diffusione, del 20% dell’offerta di spettacolo dal vivo su territorio nazionale.

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150 scuole. La nascita di numerose scuole e corsi di arti circensi (oltre 150 in Italia) ha contribuito ad avvicinare tanti giovani a queste discipline. I tre istituti più accreditati, la Cirko Vertigo e la Flic a Torino, e la Scuola Romana di circo, ogni anno formano circa un migliaio di giocolieri, trampolisti, trapezisti, arealist, verticalisti professionisti. “Circa il 90% dei ragazzi che passano dalle scuole lavorano anche come artisti di strada, magari d’estate, per pagarsi i corsi, o in attesa di trovare lavoro presso compagnie, la maggior parte delle quali si trova all’estero, però – spiega Catia Fusciardi,  direttore della Scuola romana di circo – La strada resta la migliore palestra per mettere a frutto le tecniche imparate a scuola e sviluppa le capacità di relazione col pubblico, è un passaggio naturale”.
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In strada per necessità. C’è anche chi si avvicina all’arte di strada per necessità. “I teatri chiudono, le orchestre licenziano, e noi ci ritroviamo senza lavoro”, racconta Micol Picchioni, arpista diplomata al conservatorio. Prima arpa dell’orchestra giovanile Luigi Cherubini diretta dal Maestro Riccardo Muti, dopo aver fatto tournée in tutto il mondo, da un anno e mezzo è una presenza fissa a Piazza Navona. “All’inizio è stata dura. Con la mia formazione accademica non avrei mai pensato di arrivare a questo. Ma non riuscirei a sopravvivere solo insegnando nelle scuole di musica e facendo occasionalmente concerti. E poi – conclude Micol – la strada è l’unico modo che ho per poter suonare tutti i giorni davanti a un pubblico”.
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Artisti o fannulloni? Nonostante un numero sempre maggiore di persone che si avvicinano a questa modalità di esibizione, rimane un problema di riconoscimento del valore dell’arte di strada sotto il profilo artistico, culturale, sociale ed economico da parte della pubblica amministrazione italiana. La categoria non è riconosciuta da una legge nazionale e nella maggior parte dei casi gli artisti di strada sono ancora vissuti come un problema di ordine pubblico. Per questo sono molti a scegliere di emigrare in paesi dove questa forma di intrattenimento è tutelata dalla legge. “È soprattutto una questione di considerazione sociale – dice Alessandro, 26 anni, giocoliere emigrato a Bruxelles nel 2011 – Qui in Italia gli artisti di strada vengono visti come poco più che dei mendicanti, lì ti considerano un artista a tutti gli effetti”. In Belgio, come in Francia, gli artisti di strada rientrano nella categoria degli “intermittenti dello spettacolo” e hanno diritto ad incentivi per la formazione, la creazione di spettacoli, oltre che un sussidio di disoccupazione. “Ma c’è una cosa mi manca dell’Italia – conclude Alessandro – è la possibilità di esibirmi per le strade a offerta libera, il cosiddetto spettacolo ‘a cappello’. Al nord non esiste una cultura in questo senso. E l’energia che ti dà un cerchio di persone di tutte le estrazioni sociali che per qualche minuto si dimenticano dei loro impegni quotidiani per godere di uno spettacolo spontaneo, è una sensazione bellissima che non ha prezzo”.

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Più spettacoli meno criminalità. Nel 1993 La sociologa statunitense Susie J. Tanenbaum, dopo aver studiato per un decennio i buskers di New York, ha concluso che nei lughi dove sono presenti musicisti ed artisti di strada, gli indici di crminalità tendono a scendere; inoltre la loro presenza tende allevia lo stress nelle zone commericali. Nel 1997 Antanas Mockus, professore universitario diventato sindaco o di Bogotà, portò avanti un curioso esperimento: assoldò dei clown al posto dei vigli urbani e li mise a dirigere il caotico traffico locale. All’epoca a Bogotà si registravano 4500 omicidi l’anno, 12 morti al giorno per 5 milioni di persone. I clown prendevano in giro gli automobilisti maleducati e danzavano o regalavano un fiore a quelli che rispettavano il codice della strada. I cittadini si scoprirono più spaventati dall’idea di essere derisi che dalle multe dei vigili. E, straordinariamente, nel giro di una settimana non solo il traffico si regolarizzò, ma calò anche il numero di omicidi.

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Trattati come un problema in troppe città

Decine di musicisti affermati sono partiti dalla strada da Rod Stewart a Tracy Chapman, o attori come Robin Williams e Pierce Brosnan. Ma forse il più celebre artista di strada della storia è stato Benjamin Franklin. Il geniale politico, inventore, scienziato e scrittore statunitense da adolescente andava a decantare le sue poesie per le strade di Boston, con grande successo di pubblico. La sua esperienza contribuì a rafforzare in lui i principi di libertà di parola e di espressione che si tramutarono nel primo emendamento della Costituzione americana. Nonostante questo la prima legge nei confronti della categoria è tutt’altro che tollerante. La troviamo nell’antica Roma del 450 avanti Cristo, tra le leggi delle XII tavole. Risulta proibito eseguire in pubblico una parodia o un canto diffamatorio, pena la morte.

Il permesso del signorotto. Per secoli l’artista che intendeva esibirsi in un grande centro abitato chiedeva il permesso all’autorità del luogo. Alcuni spazi sono storicamente considerati “piazze degli artisti”. Una di queste è piazza Navona a Roma. Un permesso datato 23 Luglio 1778 recita: “Eccellenza, Antonio Blasco Calabrese ore umo dell’Eccza vostra divotamente la supplica di volerli concedere la Necessaria licenza di potere Rappresentare al pubblico in questa Città il Ballo sopra la corda lenta ed il volo essendo la sua arte per procaciarsi neccesariamente il pane; spera essere esaudito e pregherà per la conservazione di Vostra Eccellenza”.

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Oggi, gli artisti di strada mantengono inalterato lo spirito di un tempo. Offrono occasioni di svago e aggregazione a titolo gratuito, senza pubblicità, in cambio di un obolo facoltativo. Con la loro storia millenaria sono indissociabili dal centro di una città. La particolarità dell’arte di strada rispetto al teatro, l’opera, il cinema, e le altre categorie dello spettacolo è che si tratta dell’unica forma di intrattenimento che non richiede particolari strutture. Per esercitare “a cappello” ossia a libera offerta, nelle strade e nelle piazze, basta solo l’artista stesso e il pubblico casuale.

Le star che hanno iniziato in strada

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Decine di musicisti affermati sono partiti dalla strada da Rod Stewart a Tracy Chapman, o attori come Robin Williams e Pierce Brosnan. Senza contare funamboli come Philippe Petit, che riuscì nella celebre impresa di stendere un cavo tra le torri gemelle per una passeggiata nel vuoto diventata un’icona di New York. In questa foto un’esibizione di Robin Williams.

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Ma le cose non sono così semplici. Fino al 2001 l’unico testo di legge che contemplava la categoria degli artisti di strada era l’articolo 121 del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, datato 1931. Accorpava tutti i mestieri girovaghi (la maggior parte dei quali, come i lustrascarpe e i cenciaroli, sono scomparsi ai giorni nostri) e obbligava chi li esercitasse a registrarsi presso un ufficio preposto nel Comune di residenza. “[…] non può essere esercitato il mestiere ambulante di venditore o distributore di merci, generi alimentari o bevande, di scritti o disegni, di cenciaiolo, saltimbanco, cantante, suonatore, servitore di piazza, facchino, cocchiere, conduttore di autoveicoli di piazza, barcaiuolo, lustrascarpe e mestieri analoghi, senza previa iscrizione in un registro apposito presso l’autorità locale di pubblica sicurezza [….] In tutti i casi è vietato il mestiere di ciarlatano”.

Vuoto legislativo. L’abrogazione dell’articolo del Tulps ha lasciato ai singoli Comuni la possibilità di deliberare in materia. Ma non essendo stato imposto alcun obbligo, il risultato è di fatto un vuoto legislativo e una forte spaccatura tra Regioni più tolleranti ed altre più repressive. Solo il Piemonte e la Puglia hanno liberalizzato l’arte di strada sul territorio permettendo il libero esercizio delle arti di strada in ogni Comune. Molte città d’arte storiche, come Venezia, Firenze, Roma, rendono molto difficile se non praticamente impossibile il libero esercizio. È paradossale considerando la diffusione di eventi organizzati di arte di strada autorizzati durante l’anno dalle stesse città.

“Nei piccoli Comuni la situazione è più semplice”, spiega Wanda, sputafuoco che da 25 anni gira per le valli d’Italia portando il suo “Circo del sorriso”, compagnia di teatro di strada che ha fondato con i  figli. “Nei paesi l’artista di strada è vissuto come una novità. La gente è più disponibile a seguire uno spettacolo. Difficilmente si creano problemi con le amministrazioni. A volte addirittura sgombrano le piazze dalle macchine, portano le sedie nei luoghi dove si terrà la performance, si creano delle atmosfere che in una grande città non sono possibili. Si respira un’aria di convivialità che nelle grandi città è andata persa”, aggiunge.

I ritmi frenetici nelle metropoli e il moltiplicarsi dei problemi da affrontare da parte delle amministrazioni locali, unite alla mancanza di chiarezza a livello legislativo – spesso accentuato da un disinteresse nei confronti della categoria – stanno allontanando molti validi artisti. “Quello che ho potuto vedere in questi anni di confusione – dice Adrian Kaye, clown inglese trapiantato a Roma – è che oggi i più bravi, le promesse, se ne vanno via”.

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